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Io non tiro giù il piede

di Luca Canfora
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Ci conosciamo da qualche anno.

Conto sulla onestà intellettuale con cui mi si legge, sulla stima che credo di essermi conquistato, con le parole, con i fatti, con quello che ho scritto, con le canzoni che ho cantato, con i toni, con i modi, con la lealtà con cui ho affrontato i miei sogni, i miei spettri, i miei mostri, i miei amori, le mie passioni.

Ed il nostro Genoa.

Non scrivo per ottenere consensi. Non scrivo per ottenere visibilità, ne ho già fin troppa. Non scrivo per scatenare dibattiti, per fare proseliti, per provocare reazioni, per ottenere qualcosa. Io ho cominciato a scrivere, all'inizio solo pensieri, poi tentativi di canzoni, poi canzoni, poi email, poi post, poi articoli, poi libri, poi vedremo, per un solo, unico, banalissimo, personalissimo, egoistico, utilitaristico, disperato motivo: non stavo bene, e non sapevo con chi parlare. 

Uscito, molti anni fa, dalla mia prigione privata, fatta di depressione, attacchi di panico, crisi esistenziali profondissime, da una spaventosa debolezza emotiva, da un senso di inadeguatezza indescrivibile, dalla paura di non essere all'altezza della vita, e delle aspettative che credevo calate su di me, alcune direttamente da me stesso, ho trovato questo modo di tirare fuori gli artigli di quei mostri.

Ho scoperto per caso e per disperazione che scrivere su un foglio, su un monitor, il nome del mostro, descriverlo, parlarci, prenderlo per il culo come se non mi spaventasse per niente, cazzo, spaventava davvero il mostro. E lo faceva sembrare così... così... ridicolo... così... patetico... così stupido e grottesco. Insomma, lo rendeva così simile a me.

Da quel momento è nato il secondo Luca, quello con cui parlate oggi. Non che il primo sia morto, per niente. Questo è il punto, questo è il problema, il mio. Il primo Luca è lì, è sempre lì, appollaiato come un avvoltoio pronto ad azzannare la preda, che sono sempre io, il secondo Luca. La mia è una guerra giornaliera, costante, gagliarda... da Genoa.

Le parole, l'ironia, la dissacrazione, il finto cinismo, la "leggerezza" che vi piace tanto, è solo una finzione, è una recita, è una menzogna. Ma tranquilli, il male al limite lo faccio a me stesso. Mi prendo per il culo da solo, dal produttore al consumatore, o meglio il consumATTORE.

Ed il Genoa? Il Genoa c'è sempre stato, qui vicino, in qualche modo. Mi sono sempre visto, e così sono, una persona fortemente instabile, in lotta giornaliera tra sogno e realtà, bisognoso di entrambe le componenti, incapace di viverle... entrambe. Mi sono sempre visualizzato con un piede a terra ed uno per aria. Un piede che ha bisogno di radici, di certezze, di amore eterno, di promesse da non deludere, di abbracci, di "io sono qui". L'altro piede che ha bisogno di correre sopra l'ignoto, che cerca la follia, che rincorre qualcosa che non può raggiungere, che non deve afferrare, che ha bisogno di cadere rovinosamente e di farsi male, che ha bisogno di un brivido doloroso, di una voragine spaventosa in cui crollare. 

Forse è la vita, forse sono io, che importa. Io non l'ho ancora capito, non mi resta che vivere. Come posso, con questi due piedi che vanno dove vogliono loro ed io che invento mondi possibili, impossibili, ragioni, suoni, parole, disegni, ipotesi, orizzonti. E sogni.

Il Genoa su quale piede potrà mai stare? Sono certo che lo avete già capito. 

E vi supplico di non vedere nelle mie parole intenzioni, sottintesi, colori, che io non ci sto mettendo. Non ci sono nè critiche verso qualcuno, nè posizioni dottrinali, a favore di un Presidente o contro, di un allenatore o di quell'altro, di quel giocatore o di quell'altro. Sto parlando ad un livello così alto, inaccessibile, trascendente, che reputerei una offesa personale mescolare l'idea che ho in testa io con la realtà di un prato, di un pallone, di una persona, di un gol.

Io vivo di altro. Vivo di aspettative, di attese, di emozioni forti, in alto o in basso non mi importa. Tra stare male e non provare nulla, voglio stare male. Ed infatti sto male, è una mia scelta.

Vivo di strade, e non di traguardi, vivo per una parola che non mi aspetto da una persona che non mi aspetto, di sogni che non hanno alcuna possibilità di realizzarsi, di sguardi che non hanno alcuna possibilità di incontrarsi. Vivo di quella infinitesima possibilità che una ed una sola volta, forse, in un attimo perfetto con la probabilità di uno su un miliardo di altre possibilità, accada per un solo secondo qualcosa che sovverta la realtà con il sogno, e che inverta il piede in aria con il piede a terra.

Questo è l'unico modo che io accetto per vivere, l'unica speranza che mi do per il mio tempo qui.

Anche il Genoa, per me, è questo. Io continuerò a fare in questo modo, perché è troppo comodo credere nei sogni che si possono realizzare. Io preferisco credere in quelli irrealizzabili.

Mi diverto di più.

Ed il piede in aria io non lo tiro giù, al limite alzo anche l'altro.

Forza Genoa!

   Luca Canfora

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