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Con un attacco così impalpabile, la Maginot è l'unica via d'uscita

di Pierluigi Gambino
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Che fortuna Handanovic: se questa Genoa-Inter si fosse giocata a gennaio, avrebbe rischiato la polmonite, data l'inoperosità che l'ha contraddistinto dal primo al 93°. Di sicuro ieri sera non ha corso il pericolo di subire un contagio dai giocatori rossoblù, che gli hanno prudentemente garantito un distanziamento sociale insperato, restando costantemente lontani da lui almeno 40 metri... Chiuso quest'accenno ironico (che aveva il solo scopo di sdrammatizzare) e tornando seri, non possiamo certamente considerare illegittimo il successo dei nerazzurri, dominatori in lungo e in largo, seppur lenti, macchinosi, prevedibili e confusionari per un'ora abbondante di gioco, non a caso chiusa sullo 0-0.

Sarà un caso ma verso il quarto d'ora della ripresa Conte ha inserito due pregiatissimi titolari come Barella e Hakimi e Maran ha deciso di far rifiatare Badelj, faro del centrocampo, e Behrami, prezioso elemento di rottura, a pro di Radovanovic e di Zajc. In un amen la diga rossoblù, che aveva retto egregiamente alle folate della Beneamata senza che Perin dovesse compiere un solo intervento, ha presentato le prime crepe sino ad imbarcare acqua dall'avversario più temuto, il castigamatti Lukaku, abile a sfruttare il primo allentamento delle maglie difensive genoane. Provvederà poi D'Ambrosio, implacabile nei corner in area avversaria, a raddoppiare, ma il match era già chiuso a doppia mandata con l'invenzione del belga.

Sì perché ci sta di incassare due schiaffoni dalla corazzata meneghina, pur in condizioni piuttosto dimesse, ma non è tollerabile che nell'intera sfida il Grifone non abbia impensierito con lo straccio di un tiro una retroguardia perforata dieci volte nei cinque precedenti confronti. Colpa di mister Maran? Ma no, suvvia. Il trentino ha capito sulla propria pelle che attualmente il Genoa può solo fare risultato erigendo una linea Maginot davanti al proprio portiere. A Verona, contro un'altra squadra in serie angustie, la fortezza ha retto e, anzi, le palle gol più ghiotte sono capitate, naturalmente in contropiede, agli avanti genoani.

L'Inter, che è di ben altra pasta fatta – a livello tecnico ma soprattutto fisico – ha fatto un solo boccone degli attaccanti e dei centrocampisti rossoblù. Nella zona nevralgica, Badelj, Behrami e il giovane ma sempre più autoritario Rovella si sono battuti leoninamente, svellendo decine di palloni dai piedi nerazzurri, ma poi della sfera non sapevano che farsene, essendo tutti giocatori di stazionamento, bravi a giostrare in un fazzoletto di campo e pronti a servire i compagni che sapessero proporsi in avanti. Già: ma nessuno si è mai proposto, anche dalle fasce, dove Ghiglione si sta specializzando in uomo di copertura e, nell'unica volta in cui ha superato prepotentemente la metà campo ha sciupato colpevolmente un'opportunità ciclopica di buttarla dentro. Cyborra, il suo dirimpettaio di sinistra, si è confermato (sin quando Maran non l'ha avvicendato con il più tecnico ma meno solido Pellegrini) una zanzara fastidiosissima per i nerazzurri, ma ahinoi anche modestissimo nel possesso palla.

Due parole, infine, sulle punte. Pandev, ex di turno, si è guadagnato un mare di falli, ma – subissato atleticamente – ha latitato nei pressi dell'area ospite e Pjaca, dal quale ci si attende sempre la giocata illuminante, ha pasticciato nelle tre-quattro occasioni in cui avrebbe potuto affondare il colpo. La verità è che l'ex juventino manca di robustezza al pari di Zajc, ma anche Shumorodov, il presunto titolare del futuro, impiegato nel finale, è stato impalpabile. Concediamo tempo all'uzbeko e auguriamoci che Scamacca regali un po' di sostanza, sempre in attesa di Zappacosta, forse il solo genoano capace di spezzare l'andazzo.

Questo Genoa, convalescente dal virus, è in ritardo sulla tabella di marcia ed avrebbe bisogno di qualche settimana in più di lavoro in tranquillità. Con un derby alle porte, però, servono tangibili progressi nell'immediato.

                            PIERLUIGI GAMBINO

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